Markku Lahdesmaki è un altro di quei fotografi il cui lavoro amo quasi incondizionatamente, tanto che mi chiedo perché ancora non gli ho proposto di pubblicare una galleria su Camera Obscura. Per il momento mi accontento di citare una sua foto che mi ha risvegliato particolari ricordi, sperando di poter fare presto un’intervista con questo bravissimo fotografo finlandese. Nel frattempo vale comunque la pena una visita approfondita del sito di Markku Lahdesmaki, cosa che consiglio veramente a tutti.

I portfolio presentati sono numerosi e tutti di ottima qualità, sono molto rare le fotografie che non mi piacciono o mi lasciano indifferente. Anche lavori un filo più concettuali sono esteticamente impeccabili, cosa che non smetterò mai di ripetere è -per quanto mi riguarda- di un’importanza fondamentale. Altra cosa che apprezzo particolarmente è che le foto spaziano su molti temi e soggetti e anche lo stile evolve di progetto in progetto. Mi son sempre piaciuti i fotografi che non si limitano ad esprimersi su un unico tema e in un unico modo, e mi sento particolarmente vicino a loro. L’unica cosa che ho da ridire è, a tratti, un ritocco al computer un filo troppo stridente per i miei gusti, o delle maschere evidenti, degli aloni e dei bordi troppo netti. Ma in un certo senso sono un po’ ossessionato dal ritocco perfetto, e la bellezza delle sue fotografie mi fa perdonare qualche imperfezione tecnica di questo tipo.

Da vedere in particolare la serie di fotografie sulla corsa allo spazio della Cina, la stazione di petrolio e gli animali surreali rovesciati in un paesaggio completamente desolato. Tutti portfolo veramente entusiasmanti.

La fotografia che ho scelto per questo articolo appartiene ancora ad un’altra serie di Markku Lahdesmaki. Fotografie che intuisco sono ambientate nella sua Finlandia natale, nei boschi, le campagne e i villaggi. Si vedono grandi omaccioni con abiti all’antica, donne che escono dalle loro case di legno, un fazzoletto legato in testa come si faceva una volta, un vecchietto che falcia l’erba, due amanti che si baciano in un bosco… Oltre ad essere pervase da un’atmosfera dolce e sognante le fotografie sono tutte estremamente narrative, ognuna sembra raccontare una storia, un aneddoto, un evento. Immagino siano tutte messe in scena, ma la freschezza e spensieratezza delle immagini è piacevolissima. Le foto sono molto ritoccate, si sente il digitale, ma questa impressione un po’ finta in questo caso non fa che rafforzare la sensazione di trovarsi in una favola, di aprire gli occhi su un mondo in cui il tempo si è fermato, un mondo dei paesi del nord, rimasto prigioniero di una leggenda che ancora continua ad esser raccontata.

Markku Lahdesmaki

© Markku Lahdesmaki

Nella fotografia di Markku Lahdesmaki che ho scelto per questo articolo, due omaccioni si stanno battendo proprio nel centro del fotogramma, tirando con forza le rispettive maglie, guardandosi negli occhi con furia e rancore, l’altra mano protesa indietro, la rabbia così forte che non riusciranno a frenarla ancora per molto. Appena più indietro un uomo, più anziano e di uno stato sociale più elevato dei due che si strattonano, è seduto al sole, osservandoli con la stessa impassibile calma della donna che si trova sull’altro lato della fotografia, anche lei guardando la scena da qualche passo di distanza, una camicia bianca orlata di pizzo e i capelli rossi che splendono al sole. Sullo sfondo uno splendido lago, verdi praterie e una foresta di quelle in cui di sicuro si trovano ancora fate e folletti.

Perché questa rissa fra i due? Uno di loro ha subito un torto da parte dell’altro? Si tratta forse di un rito popolare, di una tradizione arcaica, cosa che spiegherebbe la compostezza degli spettatori? Che lavoro fanno i due uomini? Sono boscaioli o traghettatori? E chi sono le due persone più ricche? Quante domande che non avranno mai risposta. Quante storie si riescono a inventare. Questa foto è una porta sulla fantasia, basta guardarla per viaggiare lontano, per entrare dentro un mondo ed una fiaba, una fiaba senza inizio e senza fine.

Ma c’è un motivo in più che mi ha spinto a redigere un articolo. Appena ho visto questa foto infatti ho pensato a Miguel, conosciuto in Antartide, un omaccione grande e grosso alla fine del suo secondo inverno, un omone poi non troppo diverso dai due che fanno a pugni nella foto di Markku Lahdesmaki. Un tipo un po’ matto, che mi mostrava tante suo foto incredibili. Durante il primo inverno in Antartide, alla base San Martín mentre faceva il sub con maschera e boccaglio, con gli sci da fondo ai piedi, sull’infinita banchisa polare, punteggiata da migliaia di foche di Weddell, rosso in viso per lo sforzo, sulla ghiaiosa vetta a 7000 metri d’altezza dell’Aconcagua, la montagna di cui si dice che il mal d’altitudine resti misteriosamente mortale pur somministrando ossigeno o riportando chi ne soffre a bassa quota.

Markku Lahdesmaki

© Markku Lahdesmaki

Miguel un giorno mi dette un film, dicendo con grande enfasi che era veramente magnifico: Siberiade. Il film è effettivamente stupendo, lungo, epico e toccante. Personaggi mitici, il vecchio eterno che non muore mai o il padre di Nikolai, ostinato ad aprire la sua strada nella foresta che conduce ad un’irraggiungibile stella. L’amore, il tempo che passa. La guerra, la distanza, le speranze tradite, l’attesa, i ricordi, la malinconia, le vite sprecate. Un film corale che lascia in gola una voglia di piangere, piangere per l’umanità intera, per le vite che scorrono attorno a noi, per tutto quello che passa e se ne va, per i ricordi e le impressioni.

Ebbene, per qualche ragione, la foto di Markku Lahdesmaki mi ha ricordato subito le scaramucce fra Nikolai e i membri della famiglia Solomins, quando si batte con i fratelli della sua amata. Ma la connessione si spinge più in là. Rivivo un po’ le stesse belle immagini, gli stessi luoghi stupendi, i personaggi incredibili e soprattutto il ricordo delle grandi emozioni vissute vedendo Siberiade. E naturalmente Miguel, il mio secondo viaggio in Antartide, e tutte le storie e le sensazioni di quei giorni. A volte nella memoria si creano dei ponti, una specie di rete che connette i ricordi cari, le opere amate. Allora ricordi, fotografia, cinema, poesia diventano tutt’uno e rimane solo l’emozione.

Per finire con quest’immagine mi pare si possa dire che tecnicamente la foto è veramente ammirevole. La composizione è impeccabile. Idue uomini al centro, che danno stabilità e forza all’immagine, i due personaggi indietro, che aprono lo spazio come se fosse infinito, molto più grande di quello che riusciamo a vedere, il tronco in primo piano a decorare l’erba e infine lo sfondo di questo paesaggio fantastico per caratterizzare geograficamente la scena che abbiamo sotto agli occhi. La luce è splendida, come sa esserlo alle alte latitudini. I vestiti e i volti dei personaggi, così espressivi e pieni di vita. Il ritocco, tutto giocato su un aumento dei contrasti, mantenendo una cromia pastello, senza nessuna saturazione eccessiva.